Più che il paranormale spaventa il nuovo ciclo di discutibili e dilettantesche speculazioni commerciali, spacciate per opere cinematografiche dai distributori in cerca di cospicui introiti col minimo sforzo. "Paranormal activity" segue sullo stesso confortevole binario in discesa del marketing le orme dell'insolito e clamoroso successo al box office di "Blair Witch Project" (1999), uno dei primi tentativi di cinema esportato dalla rete. Sfruttando il passaparola, la frenetica attività dei forumisti e la magia delle ricerche sul web due audaci internauti con telecamerina al seguito riuscirono a beffare il mercato proponendo un filmino a costo zero che salì al vertice degli incassi. A meno di dieci anni di distanza (il film risale al 2007), il giovane autore di origine israeliana Oren Peli, cerca di bissare l'impresa giocando sulla suggestione, la povertà dei mezzi e le angosce derivanti dal prodotto con ambientazione claustrofobica. Girato all'interno di una villetta di San Diego, il film ricostruisce con riprese amatoriali gli eventi inquietanti (spacciandoli per veritieri) accaduti nell'autunno del 2006. Katie è un ragazza in carne perseguitata da fenomeni paranormali che si scatenano nel cuore della notte. Il suo compagno Micah, combattutto da goliardiche prodezze voyeuristiche, escogita allora un sistema per monitorare le demoniache presenza installando in camera da letto una videocamera. Il giorno dopo il "rewind" propone un'evoluzione dei fatti destinata col tempo ad incrementare la confidenza della strana entità con i suoi impauriti compagni di stanza. Rantoli, rumori sinistri, lampadari che si muovono nottetempo attestano la presenza sempre più opprimente di un ospite sgradito. Si arriva così, in verità non abbastanza in fretta, al colpo di scena destinato statisticamente a scatenare effetti controproducenti per gli spettatori.
"Paranormal activity" testimonia che la fortuna di alcune intuizioni che speculano sul mezzo cinematografico hanno vita lunga fuori dalla sala e brevissima in sede di programmazione. Il passaparola dovrebbe scatenare almeno in Italia effetti proporzionalmente contrari a quelli scaturiti nella patria d'origine dove a fronte dei 15000 dollari di spesa, il film ha rastrellato cifre esorbitanti. Il prodotto in questione esaurisce in fretta la sua discutibile idea di partenza: sfruttare cioè il budget economico per ridestare nello spettatore le paure ancestrali. L'autore Oren Peli si priva per necessità degli effetti speciali e ricorre a mezzucci che valorizzano in pieno il taglio amatoriale e spontaneo dell'operazione. Tutto questo appare però limitato e alquanto ingiustificato per motivare l'acquisto di un biglietto che, soldi alla mano, ha lo stesso costo d'ingresso di "Avatar", ad esempio. L'effetto curiosità fa un buco nell'acqua una volta scoperte le carte e la strombazzante pubblicità che lo annuncia come "il film che ha spaventato l'America", dimostra ancora una volta quanto vulnerabile e fragile sia il livello d'angoscia degli statunitensi una volta smaltite le paure del terrorismo. Noioso e da evitare con cura anche se si è alla ricerca di forti emozioni. "L'esorcista director's cut" a confronto è un interminabile tunnel degli orrori che a distanza di anni difende puntualmente la sua efficacia.
Cinema Alfieri, Corato - 7 Febbraio 2010 |